La recita di Bolzano (Sandor Márai, 1940)

Casanova in Bolzano

Casanova in Bolzano

Secondo libro della trilogia dell’amore (meglio sarebbe dire del “triangolo amoroso”), dopo L’Eredità di Eszter (1939) e prima di Braci (1942) e variazione sul tema casanoviano, in chiave “mitteleuropea,” dello scrittore ungherese. (Per completare il quadro del personaggio C. nella letteratura mitteleuropea, rimarrebbe da leggere l’interpretazione che di C. da’ lo scrittore tedesco Hermann Hesse nel racconto Casanovas Bekehrung, La Conversione di Casanova).

Nel romanzo di Márai, Casanova, appena evaso dai Piombi, insieme al suo abietto compagno di fuga, il monaco Balbi, vi è curiosamente descritto come un uomo tarchiato – sembra invece fosse di statura molto alta per la sua epoca –  e, nonostante sia provato e invecchiato dalla prigionia, anche un po’ grasso. Due terzi del libro sono occupati dai dialoghi tra C. e il conte di Parma e tra C. e Francesca, la sua giovane moglie. O meglio, più che di veri e propri dialoghi, si tratta di lunghi monologhi, visto che C. dice poche battute.

C.-personaggio è qui il protagonista di una “recita” molto veneziana, anche se si svolge in una picaresca locanda della gelida Bolzano, in un camera trasformata per l’occasione nel camerino dell’attore G.C., veneziano. Una recita completa di maschere e “travestimenti” carnevaleschi – C. travestito da donna che ascolta la confessione-dichiarazione d’amore di F. travestita da uomo – tra l’opera buffa e il melodramma, ma su uno sfondo o sottofondo “melanconico” che ha indubbiamente qualcosa in comune con l’atmosfera del romanzo di Schnitzler. Abbiamo notato come C. all’epoca della fuga aveva da poco passato i trent’anni, mentre il protagonista di Márai ne ha già quaranta (la stessa età dello scrittore quando ha scritto il romanzo). Come per Schnitzler, che scrive negli anni della prima guerra mondiale, la nostalgia del “vecchio” C. per Venezia richiama la nostalgia per la grande Vienna austro-ungarica che ormai appartiene al passato, per Márai (che scrive negli anni bui dell’Ungheria nazificata) è il sentimento ambivalente di amore-odio per la patria veneziana che traspare. Non a caso, a confermare questa chiave “autobiografica” c’è nel romanzo di Márai anche l’insistenza sul C. scrittore…

C. vi è ritratto come l’uomo che non sapeva (o non poteva) amare, ovvero un baro in amore, oltre che ciarlatanesco venditore di formule magiche e di elisirs (o psicanalista avant la lettre, visto che si limita ad ascoltare coloro che si recano da lui per consiglio) che ha perso per sempre quell’occasione di amare davvero che si presenta una sola volta nella vita: di amare l’Unica donna, ossia F. Apparentemente vincitore nel gioco d’azzardo o nella recita della vita, pagherà le consequenze di quel suo unico atto di viltà, l’eterna vendetta d’Amore che è il suo destino faustiano (o dongiovannesco), di essere l’atleta o il grande attore e “scrittore” di un solo “genere,” la fuga infinita dell’avventura.

La pagina forse più bella per il nostro tema della maschera, la si trova nel monologo di F., una vera profezia pronunciata da questa sibilla mascherata, la cui visita è preannunciata da un cartiglio, un messaggio intercettato e portato a destinazione dal marito, un messaggio tanto essenziale quanto sibillino: “ti devo vedere.” Ecco un’ulteriore variazione sul tema molto veneziano (prima ancora che pirandelliano) della “maschera nuda” (con un tocco di Oscar Wilde) (p. 261-62 dell’edizione inglese).

Chi è F.? Come Henriette, lo specchio di C.?

E cosa rappresenta quel Balbi, sordido Leporello (il servitore di don Giovanni) che alla fine, dopo aver vergato di suo pugno, sotto dettatura ma “con alacre zelo,” la formula magica e ironica dell’impossibile amore, “solo-per-te-e-per-sempre,” sigillato così il fato di Giacomo, si abbandona, concludendo la recita, ad una scrosciante risata?

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Published in: on 13 aprile 2009 at 1:05 pm  Lascia un commento  

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